Le nostre opinioni

 

Bali, epidemia di rabbia: uccisi 28mila cani 
(foto tratte dal sito de La Stampa)


Bali. Le autorità spaventate dal crescente numero di cani colpiti dalla rabbia, epidemia che potrebbe inibire il turismo, hanno deciso lo stamping out, la distruzione in massa dei cani vaganti. Immagini inconsuete ma purtroppo ricorrenti si presentano così, crude e spietate, come spietate sono queste decisioni politiche (e naturalmente economiche). Spiegazione ufficiale “Il governo ha fornito un insufficiente numero di dosi del vaccino” che potrebbe fermare l’avanzata del virus. Non poteva chiedere aiuto ad altri Stati? La domanda nasce spontanea nella sua banalità. Se tutti gli animali non vaccinabili verranno uccisi il loro numero toccherà la cifra spaventosa di almeno 150.000 individui.

Il Sud-est asiatico non è mai stato pietoso verso i cani. Da sempre considerati, non già a Bali ma in generale nella regione, veri pariah, i cani si possono dire fortunati se ignorati, da molti sono infatti considerati semplice fonte di proteine animali e quindi uccisi, cucinati, consumati e i loro resti trasformati in rifiuti. Allevati come animali da carne, rinchiusi in miserabili gabbie  e macellati in giovanissima età: difficile da sopportare per gli occhi e le anime di noi occidentali. Era sembrato, negli ultimi 15-20 anni, di notare un profondo cambiamento: nelle popolazioni coreane, vietnamite e persino cinesi cominciava a diffondersi il piacere di tenere i cani presso di sé come compagni e sono sorti movimenti di opinione pronti e attivi nel contrastare i governi quando si muovono negativamente verso gli animali di casa.
Queste immagini ci dicono che non è così. Il valore di un cane non raggiunge quello di una dose di vaccino, qualcosa intorno a 1 euro, per un governo e su grandissimi numeri probabilmente meno. E allora, se spendere questa cifra è troppo, non posso immaginare con quanta pietà verranno soppressi: i prodotti che si utilizzano per dare una morte dolce costano senza dubbio di più.
In questo mondo dominato dal marketing, dove le case farmaceutiche sono sempre alla ricerca di nuove strategie pubblicitarie, non sarebbe una grande idea quella di essere i primi a fornire i vaccini e salvare queste povere bestie?


Barbara Gallicchio

 

 

Ancora pellicce?…


Doloroso e nauseante. Come già troppe volte è capitato,  di nuovo ho dovuto straziarmi l’anima per visionare un recente video 
http://www.youtube.com/watch?v=7KPBfZhyy2I&feature=related
 che dimostra, contrariamente alle assicurazioni ricevute, che l’allevamento di cani e gatti in Cina per vendere le loro pellicce non solo non è estinto ma anzi diffuso e fiorente. Non è un uso dei nostri tempi moderni. Presso le popolazioni artiche i cani da slitta sono sempre stati usati anche per le pelli e ricordo molto bene, erano gli ultimi anni ’70, quando un reporter francese portò le foto di un cane Groenlandese impiccato, in quella terra, per la pelliccia; la morte per impiccagione, essendo lenta, provocava l’orripilazione al massimo grado, gli fu spiegato, così il magnifico e lungo mantello invernale risultava “gonfio e sollevato”. Le foto fecero allora il giro delle riviste degli enti cinofili europei, le uniche riviste esistenti in quel periodo, suscitando indignazione e tristezza. E orrore. Certo era un Paese molto lontano, le foto erano in bianco e nero e prese di nascosto, quella gente sapeva che l’opinione pubblica straniera non avrebbe gradito.
Questo video ci ripropone immagini che certo non avrei più voluto o dovuto vedere, la stessa fredda indifferenza, gli stessi occhi increduli degli animali che non capiscono. Ma ora è tutta sofferenza a colori. Vivida, palpitante, concreta, tangibile e tragicamente memorabile.   
Non c’è preoccupazione di urtare la sensibilità dello spettatore.          
Oggigiorno tutto è così a portata di mano, la macellazione di cani e gatti per usarne le pelli non è un fenomeno relegato presso culture lontane e aliene, al contrario, è questione che ci riguarda molto da vicino.
Credo sia di dominio pubblico infatti che queste pelli finiscono a ornare i colli e i cappucci delle giacche nei nostri negozi occidentali, dei nostri marchi occidentali. Italiani magari. Non compriamoli. Diciamolo a qualcuno che potrebbe comperarne, a tutti quelli che potrebbero comperarne. Facciamo fallire questo mercato maledetto. 

Barbara Gallicchio

 


 



Versione stampabile

Mappa del sito

 

asetravet@libero.it